Hello friend.
Riflessioni sparse su un periodo fin troppo denso
Febbraio-Marzo 2026.
Ci arrivo carico. L’anno inizia bene, come iniziano un po’ tutti gli anni da quando l’inizio dell’anno coincide con lo stesso post-it attaccato alla bacheca. Ricordati di azzera lo storico delle fatture, dice. Gennaio. Si riparte dalla fattura 1.
Già, si riparte.
Si riparte?
L’anno nuovo, il 2026, dicevo. Inizia bene. Sono carico. Sto aiutando a organizzare la seconda edizione di Oblivion, la fiera del fantastico di Roma e vivo un mix di esaltazione e ansia. Ci sta.
L’appuntamento è per il 21 febbraio. Pochi giorni dopo, però, dovrò consegnare il manoscritto per un saggio su cui ho lavorato da luglio 2025.
Ansia? Certo, come potrebbe essere altrimenti.
I lavoro del saggio si aggiorneranno a fine Aprile. Bene. Se tutto va bene saranno conclusi per Maggio.
Prima, però, il 21 Marzo c’è un’altra fiera. Marginalia. A Milano
Qui sono giudice del concorso La Chiave D’Argento per la seconda e, per ora, ultima volta.
Il 2026 mi ha già offerto tre mesi molti densi e ne prospetta un’altro paio niente male. Forse, a ‘sto giro, arrivo all’inizio dell’estate senza bestemmiare troppo contro il caldo.
Forse.
E invece tutto ciò che il 2026 mi ha dato in quanto a densità emotiva me lo ha tolto, finora, in tranquillità lavorativa. L’equazione deve sempre essere sempre bilanciata. Se prendi da un lato allora devi perdere dall’altro. Non si scappa.
Il mio vanto, parlando di lavoro, è sempre stato quello di fare un lavoro che mi piace. A dispetto di vari problemi, sfide spesso troppo ardue e difficoltà, questa cosa è sempre stata granitica.
Fino ad oggi.
Non sono uno che soccombe alle situazioni. Resisto, al massimo mi chiudo nei miei pensieri, più spesso mi chiudo nella lettura. Alla fine ne vengo sempre fuori.
Qualcuno chiama questa cosa resilienza, quelli più studiati l’hanno definita antifragilità, ma potrebbe essere stato, dati odierni alla mano, solo una questione di elasticità emotiva che dai e dai sta perdendo vigore.
Sono stanco.
Di far buon viso a cattivo gioco. Di pensare che le cose debbano per forza andare male. Di subire impotente la superficialità altrui. Di subirne la prepotenza. Di tapparmi il naso. Di mordermi la lingua. Di pensare al weekend come a un momento di respiro, a casa mia come a un rifugio.
Non sono mai andato a pregare nella parrocchia del Lavoro. Non ho mai recitato il mantra del perfetto lavoratore. Non vivo per lavorare, anche se mi piace(va) quello che faccio, piuttosto lavoro per vivere. Lavoro perché, banalmente, la vita ha un costo e questo si sta alzando sempre di più.
Il lavoro non rende liberi per un cazzo di niente.
Anzi, se possibile ti rende ancora più schiavo del denaro.
Andrà tutto bene, mi dicono.
Probabile di sì.
Ma il dubbio che mi viene è se andrò bene io.
Perché combattere contro un sistema che permette la mediocrità professionale, che la protegge e la rivendica come parte essenziale del processo lavorativo, che finge di non vedere i problemi perché tanto arriverà sempre qualcuno da buttare nel fiume per poi aspettare di vederne passare il cadavere, è come andare ad abbattere un mulino a vento con uno stuzzicadenti.
Don Chisciotte aveva la lancia, perlomeno.





Ciao Mick!
Mi dispiace sentirti un po' abbattuto, tra una cosa e l'altra.
Purtroppo le difficoltà ci sono sempre, e invece di diminuire aumentano. Purtroppo quando ci diamo tanto da fare su più campi, poi ne paghiamo il prezzo perchè le energie che abbiamo sono quelle.
Ti auguro che questo brutto periodo passi al più presto.
In attesa di tempi migliori!