Stranimondi 2025: il senso di andare in fiera
Non credo di avere in tasca chissà quale incipit fotonico per questo articolo se non un commento sincero: sto invecchiando.
E mentre succede mi rendo conto di alcune epifanie improvvise.
Una di queste è che a dispetto di tutto mi piace farmi i cazzi miei.
Però, anche se ignoro gli assist e le provocazioni implicite, il ventre molle del mondo social continua a punzecchiare il mio quinto senso e mezzo polemico in modi sempre più articolati.
Legittimo raccontare i pro e i contro dell’aver partecipato a un evento, mostrare gli acquisti, le foto con amicizie varie, i momenti belli.
Meno legittimo strumentalizzare le problematiche connesse con gli spazi dedicati a un evento, o con l’organizzazione dello stesso, per togliersi dei sassolini dalla scarpa o per scaricare un po’ di frustrazione perché non si è riusciti ad aprire la propria coda da pavone.
Stranimondi 2025 ha sfiorato la polemica del momento nel mondo dell’editoria indipendente (di cui non ho intenzione di parlare) ma si trascina dietro il malcontento di alcuni protagonisti della bolla social che non hanno gradito la folla che c’è stata il primo giorno di fiera.
Poco spazio, tanta gente.
Tutto vero. A ridosso dell’ora di pranzo di sabato scorso la fiera traboccava di gente. La stanza principale sembrava una scena di guerra di Game Of Thrones (sangue escluso) ed era fisicamente ed emotivamente difficile muoversi, guardare i libri o parlare con qualcuno.
Da persona agorafobica non posso che capire il disagio di chi in quelle condizioni va in tilt. Da persona agorafobica sono uscito dagli spazi chiusi della fiera per prendere aria mentre chiacchieravo con amici e amiche, birretta in mano.
Nessuno mi ha obbligato a stare là dentro o mi ha impedito di aspettare che le cose si calmassero un po’.
Da persona che soffre il contatto obbligato con gli altri comprendo le difficoltà di chi vorrebbe sufficiente spazio per poter passeggiare tra i corridoi.
Ma di nuovo: nessuno mi ha obbligato a passeggiare lì proprio mentre c’era il panico.
Che a una fiera in crescita costante come Stranimondi ci sia parecchia gente è naturale e non mi ha stupito vedere la ressa del sabato. Però la ressa la fanno le persone che si ostinano a girare tutte insieme tra i banchetti, spesso in trenini-amicali dalle maglie ferree come legami chimici, e tutte nello stesso momento. Ad eventi di questo tipo è normale che ci siano dei momenti complicati in cui il volume di gente rende l’ambiente saturo e gli spazi angusti. Non credo sia chissà quale trovata geniale quella di allontanarsi un attimo dalla confusione.
Eventi allo stesso orario.
Altra polemichetta che ho intercettato è stata riguardo all’organizzazione di panel e presentazioni che spesso si sovrapponevano rendendo impossibile a chi volesse seguire più eventi.
Io stesso mi sono ritrovato a fare una presentazione mentre in un’altra sala c’era un evento a cui avrei voluto assistere. E vabbè, è andata così. Il dono dell’ubiquità non ce lo abbiamo ancora tutti e me ne sono fatto una ragione. Probabilmente non si poteva organizzare in modo diverso e si è voluto dare spazio a più relatori possibili lasciando al pubblico la decisione di scegliere quale andare a seguire.
Diciamo anche che poi chi ha portato avanti questa polemica ha ammesso (anche a voce) che comunque non avrebbe seguito gli eventi perché non gli interessavano.
In ogni caso affinché questo articolo non diventi una mia lamentela su persone che si lamentano di qualcosa vado al cuore del discorso.
Le fiere editoriali, e in questo termine racchiudo gli eventi portati avanti con passione e impegno dai protagonisti dell’editoria underground (Stranimondi, Marginalia, Oblivion per esempio) ed escludo gli eventi massivi ( Salone, PLPL, BookPride etc), sono momenti in cui si coltivano connessioni tra le persone. Da un lato c’è chi partecipa per lavoro e dall’altro chi lo fa per piacere. Tra questi due mondi nascono connessioni che spesso vanno molto al di là del concetto “io vendo tu compri”, che diventano amicizie, piacere di stare insieme con il pretesto dei libri, momenti di contatto tra persone che vivono in regioni diverse a tanti chilometri di distanza. Un evento di questo genere serve a chi vuole avere un contatto diretto: sia a chi i libri li produce e sia chi ne fruisce, senza intermediari.
Queste fiere esistono per questo motivo.
Poi è chiaro che c’è chi vende, perché lo fa per lavoro ed è giusto che guadagni, e chi compra. Non bisogna demonizzare mai questa cosa perché chi coi libri ci lavora per arrivare in fiera sostiene dei costi, chi la fiera la organizza si sobbarca spese e rischi, ed è giusto che essendo quello il suo lavoro ci guadagni abbastanza da rendere valido tutto l’impegno e le risorse profuse.
Vedere tanta gente interessata fa ben sperare per il futuro dell’editoria indipendente e underground che con tutti i problemi che si porta endemicamente sul groppone riesce comunque a intercettare una bella varietà di persone.
Queste sono cose molto più importanti del fatto che l’influencer polemico di turno non sia riuscito a fare la ruota da pavone per mancanza di spazio.
La mia idea di fiera editoriale è un posto dove posso parlare con le persone. Con gli editori amici, con quelli che ancora non conosco e anche con quelli meno amici. Con le persone che non riesco a frequentare tanto quanto vorrei perché viviamo in città lontane e in contesti diversi. Il mio stranimondi-haul è un bottino di sorrisi, sguardi e abbracci. Si misura in momenti che la fiera ha reso possibili. Momenti che hanno spostato da parte per un paio di giorni la stanchezza delle ultime settimane, i nervosismi della quotidianità e le beghe lavorative.
La mia seconda Stranimondi è la fiera in cui mi sono messo dietro a un microfono per parlare di un libro (grazie a Lucrezia e Ornella di Safarà) combattendo con un’ascia bipenne la mia insicurezza e il mio imbarazzo.
Ci sono arrivato fiaccato da settimane pesanti, in macchina con amici con cui ho riso per tutto il viaggio A/R. L’ho vissuta insieme a persone che hanno messo in pausa momenti importanti, stancanti e pressanti della loro vita per esserci. Persone con cui ho riso, chiacchierato, abbassando e in alcuni casi spegnendo i sistemi di difesa dal mondo esterno. Persone che mi hanno ricaricato e con cui non serviva fingere che i demoni non ci siano perché la loro presenza quei demoni li teneva a bada.
Alla fine la mia coda da pavone sarebbe così




amen - dietro ogni polemichetta c'è sempre la strisciante domanda: è una rimostranza legittima, o è stata fatta per mettersi in mostra?
Magari poi è impossibile escludere completamente la seconda ipotesi. Siamo nell'era social e o mettersi in mostra funziona, oppure gli algoritmi ci hanno convinti che funzioni, e quindi continuiamo a farlo pedissequamente. Forse è mia stanchezza mentale, ma tendo a ignorare un po' questo aspetto - almeno quando mi sembra ci sia un nocciolo di validità nell'argomento in questione.
Per carità, i trenini di persone sono un po' ridicoli e per quanto siano necessari e anche positivi contribuiscono al problema. Ma la salute e la buona riuscita di una fiera l'anno prossimo dipende anche da una ricerca di spazi, e non necessariamente spazi "convenienti". La differenza tra uno stranimondi e un marginalia (almeno nella mia limitata esperienza) sta proprio che il rapporto umano lo coltivi molto più nella seconda fiera, meno affollata sia in termini di partecipanti che di standisti.